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L’università e la trappola degli appelli inutili

Diario

Qui di seguito potete leggere un mio articolo pubblicato oggi, 2 aprile, su l'Unità, nella pagina dei commenti

Si moltiplicano in questi giorni gli appelli bipartisan per impegnare le forze politiche ad un’azione congiunta in grado di affrontare l’emergenza sapere, attraverso azioni incisive in grado di far fare un salto di qualità alla nostra scuola, alla nostra Università, alla nostra ricerca.
È indubbiamente positivo che intellettuali, forze economiche e sociali - si veda l’importante documento di Confindustria - richiamino la politica ad un impegno più deciso, anche in campagna elettorale, su questo terreno che viene giustamente individuato come la ragione fondamentale del ritardo di sviluppo del nostro Paese in termini di produttività, di innovazione, di crescita economica e civile, nell’epoca dell’economia e della società della conoscenza.
E d’altro canto mi sembra importante che il richiamo sia rivolto a tutte le forze politiche, perché rivela quanto sia diffusa la convinzione che occorre passare finalmente alla fase del bipolarismo mite, in cui l’avversario non è più considerato un nemico, ma un interlocutore con cui confrontarsi seriamente e serenamente per individuare risposte utili al Paese.
In special modo per la scuola, l’Università, la ricerca, per le quali i tempi in cui diventano visibili e misurabili gli effetti delle azioni di riforma, e soprattutto le ricadute positive per la competitività e la coesione sociale del Paese, superano i tempi brevi delle alternanze di governo.
Mi convince meno la formula del bipartisan, che schiaccia troppo questo compito sulla contingenza politica, e sulla base della contingenza sceglie e discrimina i possibili interlocutori.
Mi sembra più appropriato proporsi di dare al dibattito e alle scelte su questi terreni una valenza costituzionale, di costruire sui provvedimenti che li riguardano maggioranze di questa natura, come le forze politiche si sono impegnate a fare, finalmente, per la riforma della legge elettorale. Cominciare cioè a considerare, come avviene in altri Paesi del mondo, le politiche della conoscenza come fondative dello stesso patto di cittadinanza, e su cui è perciò necessario ricercare sempre un consenso più ampio della maggioranza pro tempore.
È del resto quello che si è cominciato a fare nella passata legislatura. Il confronto sui provvedimenti riguardanti questi temi ha saputo il più delle volte spogliarsi delle pregiudiziali ideologiche e di schieramento. Tanto è vero che ampie sono state le modifiche dei provvedimenti durante l’iter parlamentare, accogliendo spesso proposte presentate dall’opposizione.
Su alcuni, il più importante dei quali è quello sul riordino degli Enti di Ricerca, questa nuova volontà - lo riconosceva il senatore Valditara di Alleanza Nazionale in un bell’articolo comparso su Italia Oggi - il consenso più ampio si è espresso anche a livello di votazione parlamentare. E questo non è avvenuto per effetto dell’azione di qualche club di volenterosi, ma per effetto di un dibattito chiaro e trasparente, che ha coinvolto - questo deve essere l’obiettivo permanente di un dibattito costituzionale - tutte, ma proprio tutte, le componenti dell’allora maggioranza e dell’allora opposizione.
L’altro aspetto su cui tutti i partiti dovrebbero impegnarsi è l’assumere le risultanze della valutazione - nazionale ed internazionale - come elemento essenziale su cui portare avanti il confronto, considerando le stesse azioni riformatrici non come tavole della legge su cui schierare le proprie truppe, ma come processi da implementare, monitorare, correggere. Saremmo tutti un po’ più avanti se avessimo lavorato in questo modo sia sulle riforme dell’Università, che su quella della scuola, invece di costruire schieramenti aprioristici di difesa o di offesa rispetto ai tentativi di riforma dei passati governi.
Sui risultati della valutazione va aperto un confronto misurato e sereno che eviti il più possibile catastrofismi e sensazionalismi, quali ad esempio periodicamente avvengono sui dati Ocse-Pisa che, come è noto, rivelano insoddisfacenti performances medie degli alunni italiani riguardo a tutti gli indicatori presi in considerazione. Ma se vogliamo farne dati utili per l’agire politico occorre uscire dalle “medie”, ed entrare più puntualmente nel merito.
Si scoprirà allora che nel Nord-Est del paese siamo in Finlandia - e comunque ben sopra alle performances medie del Regno Unito e degli Stati Uniti, che alcuni vorrebbero prendere a modello - e che nei licei si trovano a tutt’oggi eccellenze di tutto rispetto.
Non è così al Sud, né negli istituti professionali, né tanto meno nella maggior parte delle scuole paritarie. L’Italia è al di sotto della media Ocse, ma lo è in maniera ineguale, e l’ineguaglianza è data, ancora oggi, principalmente dal territorio in cui si è nati, e dalla condizione sociale della famiglia d’origine, che dispone ancora oggi i ragazzi secondo le sciagurate gerarchie su cui la cultura idealistica mise in fila le scuole italiane, secondo il principio che la scuola è tanto più alta quanto più lontana dalla concretezza e dal saper fare.
È su questa ineguaglianza che bisogna intervenire, rimuovendo gli ostacoli sociali, culturali, organizzativi che ancora oggi, la originano. Nel nostro programma sono indicate una serie di azioni concrete, per far sì che le differenze dipendano sempre più dal merito e dall’impegno, e sempre meno dal luogo e dalla famiglia in cui si è nati.
Per fare questo consideriamo l’autonomia una risorsa, e non un limite. Essa rappresenta una forte assunzione di responsabilità delle scuole rispetto ai risultati raggiunti dai propri ragazzi, sulla base degli obiettivi formativi nazionalmente stabiliti e seriamente valutati. I differenziali fra Nord e Sud sono frutto di decenni di centralismo, e non l’effetto perverso dell’autonomia, come del resto è facilmente deducibile dai differenziali nei livelli di istruzione formali e informali della popolazione adulta fra il Nord e il Sud del nostro Paese, che è la variabile che più di ogni altra influenza - assieme alla qualità dell’edilizia scolastica, e alla preparazione e all’impegno degli insegnanti - i risultati scolastici dei nostri ragazzi. Del resto sono sicuri i laudatori del bel tempo passato - quelli a cui evidentemente la scuola è andata bene, tanto è vero che scrivono sui libri e sui giornali - che se l’Ocse-Pisa avesse indagato sui livelli di apprendimento dei ragazzi italiani ai tempi in cui loro andavano a scuola, i risultati medi sarebbero stati migliori di quelli di adesso? Ho seri dubbi in proposito, se penso ai tassi di analfabetismo linguistico, matematico, scientifico che le analisi internazionali mettono in luce quando passano a indagare le competenze della popolazione adulta, e che rivelano una distanza dagli altri paesi dell’Ocse ancor più marcata di quanto avviene per i nostri studenti.
Ben vengano dunque gli appelli al merito e alla responsabilità, purché non fatti con la testa rivolta all’indietro, ma affrontando con serietà i nodi necessari per valorizzare merito e responsabilità della scuola del Terzo Millennio.

 

 

pubblicato il 2 aprile 2008 | permalink | stampa | 6 commenti

Care amiche, cari amici...

Diario

Care amiche, cari amici,

come molti di voi avranno già visto – lo testimoniano le lettere di rincrescimento e solidarietà che ho ricevuto in questi giorni – non sarò candidato alle prossime elezioni.

Non mi sono “ritirato”, né nemmeno mi hanno chiesto di farlo. Sono stato semplicemente  messo da parte, senza avere nemmeno l’occasione di una discussione di merito sul lavoro fatto in questi anni in cui insieme abbiamo costruito sul terreno dell’università, della ricerca, della scuola, un modo di fare partito nuovo, partecipato, condiviso.

E non c’è stata nessuna sede in cui discutere e valutare il lavoro fatto in questi anni al Senato di cui vi ho fornito una puntuale documentazione.

La mia candidatura è semplicemente scomparsa nella frenetica discussione sulle liste in cui hanno prevalso, accanto a sacrosante esigenze di innovazione vecchie logiche di appartenenza, che ci dicono quanto siamo ancora distanti dal costruire davvero un partito nuovo. Non ho voluto su questo aprire alcuna polemica pubblica, che potesse in qualche modo danneggiare l’immagine del partito in una campagna elettorale così impegnativa.

Ne discuteremo più serenamente dopo le elezioni, e ne discuteremo meglio se avremo vinto.

Quello che mi preoccupa, e che potrebbe avere qualche conseguenza elettoralmente negativa, è che i temi del sapere non hanno il giusto rilievo nel programma e nella nostra iniziativa pubblica.

Lo considero non solo un errore teorico – il deficit di conoscenza e di capitale umano è il freno più forte alle politiche di sviluppo, e quello che rende più difficile politiche innovatrici di coesione sociale – ma anche elettoralmente, perché è dal mondo del sapere che è venuto il contributo più significativo alla vittoria del 2006, e può venire oggi la spinta decisiva per vincere queste elezioni.

Ho lavorato in questi giorni per rendere più comprensibile e accettabili dal mondo della scuola e dell’Università le cose un po’ tagliate con l’accetta e un po’ generiche scritte nel programma. L’ho fatto all’assemblea di Torino sulla condizione studentesca e in un articolo per la Rivista dell’Autonomia Scolastica.  Ve li invierò con la prossima newsletter sperando che vi possano essere utili per la campagna elettorale e lavorerò insieme a voi per i chiarimenti e gli approfondimenti necessari attivando i gruppi di lavoro decisi nella riunione nazionale dell’Area tenutasi il 29 febbraio.

Sarà questo il mio contributo più significativo alla campagna elettorale.

Limiterò la mia partecipazione a iniziative pubbliche, che rischiano di diventare luoghi di recriminazione controproducenti per il partito e spiacevoli per me.

Con tanto affetto

pubblicato il 1 aprile 2008 | permalink | stampa | 60 commenti

Il mio intervento in Senato del 13 dicembre, 2007 su previdenza, lavoro e competitività per favorire l'equità e la crescita sostenibili

Diario

 Il testo è il resoconto stenografico, estratto dal sito del Senato, della seduta del 13 dicembre

 

   Assemblea – seduta antimeridiana

 

RANIERI (PD-Ulivo). Signor Presidente, onorevoli colleghi, i miei colleghi (Roilo, Pegorer e Tiziano Treu nella sua relazione) hanno messo in luce gli aspetti positivi di questo accordo e l'ampio sostegno sociale che ha ricevuto.

Credo che tutti noi faremmo bene - parlo rivolgendomi soprattutto ai colleghi della maggioranza - a cominciare a valorizzare quello che di positivo contiene e le prospettive che apre, invece di confrontarci esclusivamente su ciò che divide.

A differenza di altri colleghi, ritengo che il superamento dello scalone, la gradualità dell'innalzamento dell'età pensionabile, apra prospettive per un nuovo accordo tra le generazioni uscendo da una logica sbagliata e perdente riecheggiata anche in quest'Aula (per esempio, nell'intervento del senatore Baldassarri) che contrappone vecchi e giovani.

Bisogna procedere sulla base di questo accordo che non risolve, anzi richiede nuove misure per rendere reale e sostenibile la svolta che esso segna rispetto alle politiche deregolatorie e neoliberiste che hanno caratterizzato il dibattito sul mercato del lavoro negli ultimi anni, per andare avanti e non restare fermi.

Voglio farvi riflettere su un dato che, a mio parere, si pone alla base della sostenibilità o meno del nostro sistema pensionistico e incide sulla tenuta stessa del nostro sistema di welfare: è il dato che riguarda il tasso di occupazione. In Italia gli uomini e le donne presenti sul mercato del lavoro oltre i 55 anni rappresentano il 31,2 per cento, contro il 70 per cento della Svezia e il 49 per cento della Germania.

Se una percentuale così alta di persone è fuori dal mercato del lavoro a 55 anni, evidentemente nessuna riforma del sistema pensionistico potrà reggere, a qualunque livello spostiamo l'età di fuoriuscita. Ma badate bene, non è l'età pensionabile che segna la differenza. L'età delle persone che vanno in pensione nel nostro Paese non si discosta poi molto dai dati registrati in Svezia o in Germania. Ciò che segna la differenza è la presenza o meno nel Paese di politiche di cura delle persone, di attenzione all'organizzazione del lavoro per garantire dignità e sicurezza. Il tasso di occupazione è influenzato dalla presenza o meno di una strategia per l'invecchiamento attivo, o di un sistema di formazione permanente capace di accompagnare i cambiamenti della vita lavorativa che sempre più frequentemente si porranno, qualunque sia il carattere e la natura del rapporto giuridico di lavoro.

Per garantire un'evoluzione di questo accordo credo sia necessario, allora, assumere la formazione permanente come un nuovo diritto delle persone e come elemento essenziale per riconoscere valore sociale alle imprese.

Nella legislazione europea qualcuno sta pensando di introdurre una norma per cui i Comuni dei territori attraversati dai fiumi devono impegnarsi a non aumentarne il tasso di inquinamento, e anzi a disinquinarli.

Ecco, mi aspetto e mi auguro l'approvazione di una normativa europea e nazionale che tratti le persone come i fiumi, che imponga alle imprese l'obiettivo di far sì che ogni lavoratore che attraversa quell'impresa non ne esca professionalmente impoverito ma professionalmente e culturalmente arricchito.

Nella normativa, insomma, bisogna introdurre un nuovo diritto: il diritto-dovere di veder migliorate le proprie competenze professionali e culturali all'interno di ogni esperienza di lavoro.

Per fare questo ci vuole davvero una nuova cultura del lavoro, decisiva anche sulle questioni della sicurezza di cui abbiamo parlato in questi giorni, perché alternativa a quella cultura dell'usa e getta, del profitto a tutti i costi che è alla base della insicurezza personale, morale e - ahimè! - anche fisica di gran parte del mondo del lavoro.

Ed è questo - l'attenzione o meno ai processi di apprendimento ed alle persone - che decide la direzione verso cui marcia la stessa flessibilità, se è un modo necessario per gestire l'innovazione ed il cambiamento e innalzare la qualità del nostro sistema produttivo dei servizi o, invece, serve solo a realizzare, a costi minori, operazioni ripetitive e standardizzate all'interno di un sistema produttivo dei servizi che non sa compiere la svolta della qualità.

La verifica di gennaio mi piacerebbe, soprattutto se partisse addirittura da qui e avesse, al proprio interno, anche questi temi, riprendendo magari Jacques Delors e la sua intuizione dell'Europa come continente della conoscenza, capace di tenere insieme competitività e coesione sociale. Vorrei si trattasse, cioè, di una verifica che, partendo da qui, renda possibile aprire un gioco non a somma zero, proponendosi di far crescere insieme cultura dell'impresa e del lavoro, ragioni della competitività e dei diritti: questa strategia ha negli investimenti in sapere e formazione il proprio punto fondamentale di connessione.

Abbiamo due occasioni che spero siano al centro della stessa verifica di gennaio. Il Governo ha preparato un disegno di legge per la formazione permanente ed altri disegni di legge hanno predisposto alcuni senatori (per esempio, uno, per la formazione permanente come nuovo diritto della persona, l'ha presentato il senatore Luigi Bobba). Credo che assumere sul serio questa legge significhi completare il disegno che ci siamo posti sulla riforma del welfare e dare un contributo a quel patto generazionale che è l'unico modo di risolvere i problemi strutturali di scarsa tenuta del nostro welfare.

Un'altra occasione sarà la discussione cui il Governo si appresta a dar vita e che svolgeremo anche in Parlamento per rivedere, ridurre e semplificare gli incentivi per le imprese e diminuire contestualmente su di esse la pressione fiscale. È quella l'occasione per svolgere una discussione non rapsodica, ma per darci davvero una priorità che parta dalla difficoltà più grande che oggi attraversano le imprese e le persone, ossia compiere investimenti a redditività differita che guardano al futuro. Per le imprese, perché la finanziarizzazione dell'economia rende sempre più necessari investimenti che si realizzano a breve e contrae i tempi di ammortamento degli investimenti; per i lavoratori, perché la compressione dei salari e il dramma delle tasche vuote dopo la terza settimana rendono difficile compiere investimenti per il futuro proprio e dei propri figli.

E allora, per le imprese, per quel che riguarda la ricerca, abbiamo già uno strumento importante, il più potente che un Paese europeo abbia costruito: il 40 per cento di credito d'imposta per gli investimenti fatti insieme all'università e ai centri di ricerca, cui può aggiungersi un 15 per cento per gli investimenti in ricerca ed innovazione fatti in proprio.

Credo che dovremmo compiere un ragionamento analogo anche in merito alla formazione, perché gli stessi investimenti in ricerca ed innovazione, se non accompagnati da una crescita professionale e culturale delle persone che lavorano, rischiano di non produrre quegli effetti d'innovazione tecnologica e culturale che auspichiamo. Vedete, colleghi, il trasferimento tecnologico non consiste in macchine e forme, ma è fatto soprattutto da persone: la possibilità di una politica che trasferisca il valore della ricerca sulle imprese si basa sulla capacità e sulla possibilità di far crescere il valore culturale e professionale delle persone che ci lavorano.

Nella politica fiscale che ci apprestiamo a svolgere, semplificando e diminuendo gli incentivi, dovremmo pertanto riconoscere alle imprese il valore non solo competitivo ma anche sociale degli investimenti in formazione ed alle persone l'utilità, non solo personale, ma anche sociale che ha l'investire nel proprio sapere e nel proprio futuro.
pubblicato il 17 dicembre 2007 | permalink | stampa | 1 commenti

Non scendo dal treno in corsa. Un partito oltre le contraddizioni

Diario

 Qui di seguito trovate il mio intervento, pubblicato sulla cronaca cittadina de "La Repubblica" di Genova di oggi, in la risposta all'articolo del 16 titolato "Ranieri scende alla prima fermata" , dove il giornalista sosteneva che "l'avessi presa bene"  quando, commentando il voto del 14 per il Partito Democratico, dicevo: "Mi avevano consigliato di correre allineato e coperto, invece presentare una lista ambiziosa come "Ambiente, Innovazione Lavoro" era l'unico modo possibile per allargare la platea elettorale. Non entrerò nei Costituenti? Pazienza, vedrò di farmene una ragione".


Mi scuserà l’amico titolista di Lavoro-Repubblica, quello di “Ranieri scende alla prima fermata”, se muovo qualche obiezione alla sua suggestiva sintesi dell’esito delle primarie. Io nell’autobus del PD ci sto bene, e lo trovo tanto più interessante adesso che in tanti, in tantissimi sembrano decisi a salirci.

Non ho mai pensato che per starci bisognasse sgomitare, né prenotare il posto nelle agenzie di viaggio più titolate. Al contrario ho ritenuto che fosse compito dei dirigenti darsi da fare per renderlo il più accogliente ed aperto per quei tanti cittadini che pur consapevoli della crisi della politica, sono disponibili a darsi da fare per cambiarla.

La lista che ho contribuito a promuovere in Italia e in Liguria, aveva come noto questo scopo: contribuire a ridurre il divario tra la voglia di protagonismo e di partecipazione e un regolamento che andava in tutt’altra direzione; fare emergere  un consenso per Veltroni che era molto più largo della base di riferimento dei partiti fondatori; introdurre nella campagna alcune idee programmatiche che dessero il senso della direzione di marcia del partito nuovo.

Penso di aver contribuito a raggiungere gli obiettivi, di aver reso un po’ più vivace ed interessante la campagna, di aver fatto emergere la voglia di protagonismo di persone che altrimenti rischiavano di restare ai margini del processo.

Di questo sono particolarmente lieto: della partecipazione attiva di tante persone che a Genova, a La Spezia, in Val di Magna, a Savona a questo percorso hanno creduto, e che in fraternità e amicizia hanno voluto mettere il proprio nome, la propria faccia nelle liste che ho promosso, autonomamente o assieme alla “Sinistra per Veltroni”.

Ho sentito il dovere di tutelare prima di tutto la loro possibilità di essere elette, più che il mio successo personale. Del resto ho, come i miei colleghi di lungo corso, tante possibilità di far valere il mio contributo: al Senato della Repubblica, nel lavoro sui temi del sapere, che ho promosso in questi anni con tante persone della scuola, dell’Università, della ricerca, iscritti e non iscritti, ai partiti. Per cui sono particolarmente lieto del successo di Fabrizio Solari a La Spezia, della Gabriella Bertone a Sarzana, e di  Fernanda Contri nel Tigullio. E sono sereno per aver tenuto per me il collegio più difficile ed improbabile.

Ma sono contento soprattutto per le migliaia di persone che anche in Liguria sono andate a votare, e per le tante facce nuove che sono emerse un po’ in tutte le liste, sia a livello nazionale che regionale, che rendono concreto e praticabile un progetto di innovazione politica.

In Liguria spetterà a Mario Tullo dare forma e gambe a questo progetto. 
Compito non facile. In questi giorni di “full immersion” nella realtà ligure e genovese mi è parso evidente come, al di là della unità di facciata, siano  molte le contraddizioni che  circolano nei gruppi dirigenti dei partiti fondatori. Spesso in sordina, mai tematizzate politicamente, il più delle volte derivate da inimicizie e catene di solidarietà che hanno nell’agire amministrativo, più che nel dibattito politico, le loro matrici originarie.

Da queste logiche il partito nuovo dovrà sottrarsi, e promuovere  finalmente una propria  autonoma capacità di elaborazione programmatica. Le forze per farlo ci sono.

Stanno fra gli eletti di tutte le liste, e in  maniera ancora più larga fra tutti coloro che hanno voluto partecipare in prima persona e che oggi si attendono di essere coinvolti in un percorso che sia insieme più unitario e più “orizzontale”.

Ci vorrà, per farcela, “coraggio, altruismo e fantasia”.

Saprà Mario essere all’altezza delle doti consigliate da De Gregori al giovane calciatore della sua canzone? E’ difficile. Ma con oltre 80.000 volti alle proprie spalle, per lo meno provarci è assolutamente obbligatorio.

pubblicato il 19 ottobre 2007 | permalink | stampa | 0 commenti

"Un uomo intransigente, nemico dei luoghi comuni"

Diario

 Questo mio intervento è  pubblicato sul n.0 del bimestrale del Partito Democratico

Bruno Trentin è stato, negli ultimi anni della sua vita, un uomo solo. Mi perdoneranno i suo amici, quelli che con lui hanno condiviso in questi anni idee e battaglie politiche, la brutalità di questa affermazione. Ma sono certo che la capiranno più di tutti gli altri.
E’ stato solo rispetto alle modalità più correnti della politica, solo rispetto al dibattito mediatico, solo rispetto ai luoghi dove si decideva.
Mi chiedo se questa sua solitudine dipendesse dal fatto che le sue idee erano invecchiate, dal suo carattere “antico”, o se la sua solitudine non fosse essa stessa un segnale del distaccarsi del dibattito politico dai problemi reali del Paese e da quelli delle persone. Dilemma non da poco, specie quando si costruisce un nuovo soggetto che alla crisi della politica vorrebbe dare una risposta.
Bruno accolse con molto entusiasmo la proposta di Piero Fassino di presiedere la Commissione per il programma dei DS. Ma si trovò progressivamente spiazzato, nella sua ostinazione a privilegiare il merito e i contenuti, da un dibattito politico che assumeva ogni tema per la vicinanza o la distanza con le posizioni di questo o quel leader, per il suo essere etichettabile di “destra” o di “sinistra”.
Bruno Ugolini ha riportato nel suo lucido e appassionato ricordo di Bruno Trentin, uscito sull’Unità il giorno dopo la sua morte, un vecchio articolo di Giorgio Bocca (“Il Giorno”, 1975). “Quando parla uno come Trentin non ha senso chiedersi se appartenga alla destra o alla sinistra del Partito Comunista, perché quando parla uno come lui si capisce che il duro ripensamento critico e la ricerca creativa appartengono a tutti coloro che vogliono uscire dai luoghi comuni, dalla pigrizia”.
La solitudine degli ultimi anni della sua vita misura la crescita dei luoghi comuni, delle pigrizie nel dibattito politico del nostro Paese.
E insieme il crescere del provincialismo, nella difficoltà a far diventare davvero tema centrale l’Europa, quella Europa della conoscenza, l’Europa del suo amico Jacques Delors, quella capace di crescere irrobustendo la coesione sociale, della conoscenza come leva per la competitività e risorsa decisiva per la libertà dei lavoratori e delle persone.
Ma ancor più lo feriva la tendenza a rendere vaghi gli obiettivi e gli impegni programmatici, a superare con giri di frase contraddizioni e problemi reali, secondo quella pratica che predilige programmi flessibili e verbosi, da adeguare di volta in volta agli schieramenti da costruire. Quanto oggi il centro sinistra paghi per questo è sotto gli occhi di tutti.
Questa sua intransigenza sui contenuti e sul programma gli costò il silenzio dei media, alla ricerca, anche durante i momenti di elaborazione programmatica, di dichiarazioni “casual” sulle emergenze quotidiane. Di veline spendibili senza sforzo, all’interno dell’agenda che spesso i media stessi imponevano alla politica. E trovando sempre politici disponibili ad accontentarli. Trentin non ha mai prodotto in tutta la sua vita una velina. Invitava i giornalisti ad ascoltare, a capire, a interpretare e a raccontare. Non ha mai anticipato con una dichiarazione, meno che mai da segretario generale della CGIL, quello che avrebbe detto nelle conclusioni, e diffidava chi collaborava con lui di rendere pubbliche proprie posizioni personali durante un percorso di elaborazione collettiva. L’unica su cui può fondarsi un progetto riformista concreto e praticabile.
Passò per questo – lui che non ha mai detto una parola che non fosse dentro la lettura dei fatti e delle dinamiche sociali – per “astratto”, lontano dalla concretezza del confronto politico. La “concretezza” ricercata dai media è diventata sempre più spesso il gioco delle parole vuote e degli specchi autoriflettenti . Decidere di rassegnarsi o provare a invertire questa deriva è una partita decisiva per il recupero della serietà della politica e del modo in cui viene raccontata.

Sen. Andrea Ranieri, responsabile nazionale DS Sapere e Innovazione
pubblicato il 15 ottobre 2007 | permalink | stampa | 1 commenti

A Genova, sabato 6 ottobre, presentiamo la lista "Con Veltroni: Ambiente, Innovazione, Lavoro"

Diario

 Gentili amiche e amici,

sono lieto di invitarvi alla conferenza stampa di lancio della lista "Con Veltroni, Ambiente, Innovazione, Lavoro" che si terrà a
Genova sabato 6 ottobre, alle ore 12.00, nella
Sala stampa di MenteLocale, presso Palazzo Ducale


Abbiamo chiamato così la lista perché il nome è già un programma di lavoro: le cose che bisogna cambiare per migliorare il futuro delle nuove generazioni.
Insieme ai candidati della nostra lista vogliamo testimoniare il nostro impegno professionale e sociale e questa volontà di cambiamento. Perché il Partito Democratico deve riportare la politica all’altezza delle persone.

Vi aspetto con i candidati della lista per farvi conoscere le nostre idee e iniziative.

Andrea Ranieri

 
pubblicato il 4 ottobre 2007 | permalink | stampa | 0 commenti

1/10 "Una scossa al PD, subito il rinnovamento" una mia intervista al Secolo XIX di Genova

Diario

 
«QUESTA è la lista degli spazi nuovi, né contro né per qualcuno. Ma "con", "insieme", per un partito nuovo, il Pd, e non solo per un nuovo partito». Andrea Ranieri lancia così la corsa della sua "Con Veltroni, Ambiente, Lavoro, Innovazione", la lista in lizza per le primarie nazionali del Partito democratico. Sostegno a Walter Veltroni come primo segretario nazionale del nuovo soggetto politico, molti nomi della società civile in lista per gli elettori liguri. Tant'è che l'unico dirigente politico candidato tra Sarzana e Ventimiglia è proprio lui, senatore Ds, già sindacalista Cgil e oggi responsabile della Quercia per il Sapere e l'innovazione.
E i nomi in campo, nei collegi genovesi, sono quelli - tra gli altri - di Leila Maiocco (già leader delle donne di Cornigliano), l'avvocato Luigino Montarsolo, l'attivista del centro storico Paola Montano, il responsabile del Job Centre Claudio Oliva, la regista del Festival della Scienza Manuela Arata, il docente Vincenzo Tagliasco, l'ex giudice di Corte Costituzionale Fernanda Contri, il segretario provinciale della Sinistra giovanile Luca Garibaldi. Una curiosità: nello spezzino la lista di Ranieri si è alleata con quella di "A sinistra per Veltroni", «visto che il discorso era già avviato, nella base, e noi non abbiamo alcuna intenzione di varare una corrente dentro il Pd». "Ambiente, Lavoro, Innovazione" si candida in tutte le regioni italiane, ma non in tutti i collegi: circa nel 60%. A livello nazionale, i big sono i ministri Melandri, Damiano, Nicolais, Amato e Santagata, quindi i parlamentari Anna Finocchiaro e Tiziano Treu. Ad ascoltare i promotori, tra i quali figura lo stesso Ranieri, «le nostre liste sono nate per iniziativa del territorio: nel senso, nessuna spinta dal centro, tutto è nato per l'auto-organizzazione dei gruppi nati nelle varie città attorno al progetto».
Ranieri, perché avete scelto di correre da soli?
«Preciso subito: non significa contro. Ma vediamo: io avevo fatto un appello del Sapere per il nuovo Pd, la Melandri aveva fatto lo stesso per i giovani, così gli ambientalisti e quella parte del sindacato che crede nel Pd. Cercavamo spazi di partecipazione, per evitare blocchi e irrigidimenti. Tutti abbiamo sentito di un partito nuovo, aperto... Poi però gli spazi nelle liste non arrivavano e ci siamo detti: insomma, vogliamo partecipazione o no? E poi: vogliamo partecipare o no? Quindi la lista è nata da sé».
Il cosiddetto listone era saturo.
«Noi vogliamo parlare delle cose, non del chi. Infatti siamo "con" Veltroni, non "per". E' un gruppo che intende partecipare, ma che non è né vuole stare dentro i giochi ufficiali».
Comunque con Veltroni.
«Senza esitazioni. Ma lui stesso ha chiesto innovazione e credo che la nostra lista abbia prodotto buoni risultati a livello nazionale».
Lei si candida in Liguria, collegio 8 di Genova.
«Mi sembrava ovvio candidarmi in Liguria, dove sono stato eletto. E non ritenevo fosse possibile, per me che ero tra i promotori, la scelta della non candidatura nella stessa lista. Mica potevo poi trovare "casa" nel listone. Certo, c'è un rischio. Ma è normale, è giusto che i dirigenti si mettano in gioco per promuovere la partecipazione. La politica deve sorprendere, non deve solo controllare... ».
Certo che senza la possibilità di esprimere preferenze...
«Vero, la "legge elettorale" di queste primarie è pessima, quindi la nostra forzatura è necessaria».
In Liguria avete sparigliato le carte. Ma non avendo liste per la contesa regionale sembra un'operazione lasciata a metà.
«Due cose: le liste liguri sono nate da sole, con un progetto e un dibattito tra persone. Non abbiamo spinto per avere liste comunque e ovunque. Infatti nei collegi 7, 9 e 11 non ci siamo. Di conseguenza: a livello regionale non partecipiano, perché la nostra non vuole essere una gara, ma un contributo. Di contenuti».
In ogni caso: Mario Tullo o Carla Olivari per la segreteria ligure?
«Personalmente voterò Tullo, ma non c'è un ordine di scuderia. Non le sfuggirà infatti che nello spezzino abbiamo liste comuni con la "sinistra" che sostiene Olivari».
Ma l'obiettivo qual è?
«C'è un detto, non certo mio, che recita: Il futuro non è più quello di una volta. E' geniale. E credo valga anche per la politica. Noi vorremmo che il Pd fosse profondamente diverso. Perché serve un sostanziale rinnovamento del modo di fare politica».
Viva Beppe Grillo.
«No. La crisi della politica c'è ed è una crisi seria. Non mi appassiona il pubblico di Grillo, mi preoccupa piuttosto il ragionamento dei tanti che sul lavoro, nella loro vita "fanno politica" e che poi dicono invece di non volerla fare. Perché considerano la politica una cosa altra. La vivono come un teatrino autoreferenziale, al di fuori delle cose reali».
Si spieghi.
«Vorremmo che queste persone che nella vita e nel lavoro "fanno politica" trovino - ritrovino - i motivi per farla in questo partito nuovo».
Giovanni Mari

pubblicato il 3 ottobre 2007 | permalink | stampa | 0 commenti

Il mio intervento di apertura all'incontro di Veltroni e Franceschini con il mondo della Scuola del 14 settembre a Roma

Diario

 Farò una introduzione rapida perché bisogna dare spazio alla scuola reale che abbiamo portato qui per confrontarsi con Walter Veltroni, candidato ad essere il Segretario del Partito Democratico.
Diciamo subito che la scuola che oggi si incontra con Walter è una scuola che ha già cominciato a voltare pagina dopo gli anni di confusione, di improvvisazione, di abbandono degli anni del Centrodestra; il Ministro Fioroni ha cominciato a rimettere le cose al loro posto, se ne è accorto perfino su “Repubblica” Mario Pirani, ed a mettere su binari seri e realistici i processi di cambiamento.
Abbiamo fatto un po’ di cose in questi primi anni di governo: la scuola del primo ciclo è stata ripulita dagli orpelli morattiani; la scuola dell’infanzia è tornata ad essere pensata come scuola per i bambini e non come posto dove parcheggiarli; abbiamo ripristinato il tempo pieno; esteso l’obbligo di istruzione a 16 anni, non per finirla lì, ma per assicurare le basi perché tutti i ragazzi escano dalla scuola con un diploma o con una qualifica professionale; ridato valore all’istruzione tecnica e professionale; rilanciata l’educazione degli adulti, la formazione continua per tutta la vita, ed abbiamo aperto con le indicazioni nazionali un discorso sui saperi necessari per la scuola italiana ai tempi della globalizzazione, ai tempi in cui il mondo entra virtualmente e fisicamente nella scuola; ridato slancio e credibilità all’autonomia scolastica; affrontato con decisione il problema del precariato.
E’ gran parte – e lo abbiamo fatto alla svelta – del programma con cui il Centrosinistra si era presentato agli elettori, eppure – io non voglio nascondermi le difficoltà, perché se non ce le diciamo è difficile poi ripartire davvero – il clima della scuola è ancora di attesa, a volte di sospettosa attesa.
Le energie necessarie a questo processo di cambiamento tardano ad attivarsi, e senza le energie degli studenti, degli insegnanti, dei dirigenti scolastici, del personale tecnico/amministrativo, nessun processo di cambiamento parte davvero.
Le nostre riforme, a differenza di quelle calate dall’alto e fatte a tavolino, hanno bisogno di partecipazione; senza partecipazione e senza un protagonismo diffuso è difficile dare un segno reale di cambiamento.
Io non so che cosa determina questo clima di attesa; pesano ancora la durezza delle condizioni materiali in cui a scuola ancora oggi si lavora, la scarsità di risorse delle scuole in gran parte dovuta alla politica del precedente governo che non solo ha tagliato i fondi alle scuole dell’autonomia, ma le ha anche costrette ad indebitarsi.
Su questo punto il Ministro Fioroni ed il governo si stanno seriamente impegnando. Il decreto recentemente presentato, che prelude ad una Finanziaria che, forse, questa volta su questi problemi avrà più attenzione, comincia a dare risposte a questi fatti materiali, ma – secondo me – c’è una cosa che pesa ancora di più.
La gente, le persone che vivono nella scuola si chiedono se la scuola conterà davvero per il futuro Partito Democratico; si chiedono se il partito che costruiremo sarà un partito in cui la priorità del sapere - da tempo predicata – sarà davvero messa in pratica.
Non si fidano ancora, eppure se la politica volesse scegliere in questa direzione, i dati a disposizione ce li ha tutti. Ricordo l’ultimo rapporto OCSE sull’Italia in cui si dice che il nostro Paese va meglio: ha messo sotto controllo il debito, ricomincia a crescere dopo anni che non cresceva più, e dice però che cresciamo meno degli altri Paesi più sviluppati, e dice anche il perché: “manca all’Italia il capitale umano necessario”.
A me questa parola non piace, però la usano gli economisti e la uso anche io, manca all’Italia il capitale umano necessario ad essere protagonista dell’economia mondiale globalizzata nel momento che sono i settori economici ad alto contenuto di sapere quelli che crescono di più, e il basso livello di istruzione e di formazione della gente che in questo Paese vive e lavora ci rende difficile agganciare questi processi di crescita..
Ce lo dicono ormai anche gli economisti più seri che la scuola ed il sapere sono il fattore fondamentale di competitività. I Democratici di questo dovrebbero essere particolarmente lieti, perché che cosa c’è di meglio per una politica democratica sapere che il fattore fondamentale per la competitività è lo stesso fattore che assicura democrazia, coesione sociale, libertà delle persone, perché - come per primo Jacques Delors intuì – competitività e coesione sociale vanno insieme, ed hanno nel sapere il loro punto fondamentale di congiunzione.
Queste cose decisive per il futuro del Paese il mondo della scuola è un po’ stanco di sentirsele dire tra di noi.
Gli altri Ministri, gli stessi leaders politici queste cose fanno fatica davvero a dirle, ad assumerle come priorità reali; per esempio, non abbiamo sentito fino ad oggi nessuno dire che il prolungamento dell’obbligo a 16 anni, con tutto quello che esso comporta, è la riforma più importante che il governo di Centrosinistra abbia fatto fino ad oggi. Vogliamo un Partito che finalmente lo dica, ma lo dica non solo quando parla agli insegnanti, lo dica quando parla al Paese.
Il 3 Agosto il governo ha varato un disegno di legge sulla formazione permanente, per costruire in Italia un sistema di educazione degli adulti.
Non è venuto in mente quasi a nessuno – e lo dico a Walter perché a lui a Torino è venuto in mente – di collegare questo disegno di legge sulla formazione permanente alla discussione sul welfare. Forse servirebbe, anche per superare le rigidità, le durezze del confronto politico sulle pensioni e sul welfare. Ce lo diceva un grande maestro come Bruno Trentin, la formazione permanente è la chiave di volta per passare dal welfare del risarcimento al welfare delle opportunità e della libertà delle persone.
Nel frattempo i giornali sono pieni della cattiva scuola: i bulli, i pedofili, quelli che copiano alla maturità, l’uso stupido ed ignobile di Internet, i casi di omofobia, i professori fannulloni; queste cose ci sono, ignorarle sarebbe ignorare i fenomeni che fanno male alla scuola e che spesso sono sintomo di una crisi di valori che riguardano non solo la scuola, ma la società, la famiglia ed il rapporto tra la scuola, la società e la famiglia, ma – viva Dio – c’è una scuola, ed oggi a questa scuola ci siamo rivolti, che questi problemi li affronta, spesso da sola e con più coraggio di altri, e qualche volta li risolve.
La scaletta di questa giornata è il segnale di questa scuola, della scuola che sa valutare e premiare il merito, che è cosa diversa dalla meritocrazia, la scuola che si ribella contro i falsi miti dei media, la scuola che sa far convivere – come in nessun altro posto in Italia – culture, religioni, etnie diverse con maestri che hanno affrontato quello che la grande cultura, ancora impegnata a dibattere fra assimilazionismo e multiculturalismo non sa risolvere, che hanno scoperto e praticato l’intercultura, e che hanno fatto per la pace e la convivenza il lavoro politico più prezioso di tutti.
Questa scuola è già nella nuova stagione. Ma questa scuola non è mai sulle prime pagine dei giornali; è questa scuola che dobbiamo far vivere e portare in evidenza.
Walter nel discorso fatto a Torino, nel discorso programmatico ha messo la formazione al secondo posto, dopo l’ambiente, ma strettamente collegata all’ambiente perché affrontare il tema stesso dell’ambiente richiede educazione a nuovi stili di vita e nuove consapevolezze.
Ebbene, la scuola che è qui ci dimostra oggi che questa nuova stagione è possibile.

pubblicato il 28 settembre 2007 | permalink | stampa | 0 commenti

Ragion pubblica, catechismi e persone

Diario

 Oggi, sul quotidiano Europa, è uscito il mio intervento "Ragion pubblica, catechismi e persone", che pubblico qui sotto.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate

L'altro ieri sera  – lunedì 24 settembre, alle cinque e mezza in Santa Maria in Trastevere – la Comunità di Sant’Egidio ha celebrato una messa funebre per un non credente, Bruno Trentin, che della Comunità era stato amico e sodale.
Ha celebrato la messa il cardinale Achille Silvestrini, e ha proposto a tutti noi, credenti e non credenti che abitavamo la chiesa, il brano sul giudizio finale contenuto nel Vangelo secondo Matteo. Il Figlio dell’Uomo punisce e premia non secondo l’obbedienza a norme e a precetti, ma secondo quello che ognuno di noi avrà fatto o non fatto ai suoi fratelli più piccoli, ai poveri, agli affamati, ai malati, ai carcerati, che abitano la terra. “Non chiederà il catechismo – ha commentato il cardinale – ma i fatti, le azioni di bontà, di solidarietà verso chi soffre, chi è umiliato e offeso”. Senza forzatura alcuna Marcelle Padovani, che dopo di lui ha preso la parola, ha potuto pronunciare le parole che più di ogni altre Bruno aveva care, giustizia e libertà.
Le facce, e l’età, di chi era in quella chiesa riportavano alle esperienze vissute che di quelle parole, di quell’idea di fede e di laicità, “prendere il bene da qualunque parte provenga”, si erano nutrite: le grandi conquiste sul terreno della giustizia sociale e della democrazia che l’incontro sul terreno dei fatti, di visioni del mondo, che pur si pensavano “comprensive”, produsse. Sulla base di una “ragione pubblica” nutrita di passione civile e morale.
Anzi, in quella stagione, i più laici erano forse i cattolici. Fu per noi una liberazione, per noi giovani “convessi” – io avevo in camera mia il “cuneo rosso che rompe il cerchio bianco” di El Lizitsky – scoprire l’abbraccio “concavo”, l’idea di accoglienza del cattolicesimo, e fu un impulso importante per scoprire dietro la classe operaia le persone, a misurare la volontà palingenetica di riscatto sulla base della crescita quotidiana di conoscenza e di libertà che il nostro agire provocava in noi stessi e nelle donne e negli uomini che intendevamo rappresentare.
Per chi ha vissuto quella esperienza - e l’ha ritrovata intatta nelle parole del cardinal Silvestrini, nel fare della Comunità di Sant’Egidio - è drammatico e intollerabile risentire se stessi, e sentire tante volte la Chiesa, ritornare “convessa”. E su questioni sempre più decisive.
La prossimità o la distanza, la consapevolezza o l’ignoranza, rispetto all’evoluzione delle scienze e delle tecnologie della vita segneranno i gradi di uguaglianza e di libertà delle persone negli anni che verranno.
La politica è chiamata ogni giorno a scelte di portata decisiva su questo terreno. Decidere cosa è o non è brevettabile, quali pratiche mediche vadano o non vadano assicurate a tutti nel sistema sanitario di una nazione, dare priorità ad un ormai conclamato desiderio “d’immortalità” o al debellare la malaria o l’AIDS, decidere quando comincia la possibilità di intervenire per assicurare la salute dell’individuo e quando è possibile per la persona scegliere consapevolmente come deve essere trattata la sua vita che finisce, apre o chiude prospettive di benessere e di libertà.
La politica della vita soffre un gap di democrazia. Anzi, è stata nell’ultimo secolo associata a pratiche totalitarie, o all’individualismo di chi ha i mezzi per permettere a se stesso quello che agli altri è precluso.
Affrontare questo problema è decisivo proprio perché siamo e ci chiamiamo “democratici”. E’ forse il problema più arduo per chi intende la democrazia come progetto, e come esito fondamentale del proprio operare. Forse è proprio dalla difficoltà, dalla complessità del problema, che nasce la voglia di semplificazione, la tendenza a riaffermare le norme e le prescrizioni al di sopra dei fatti, i catechismi al di sopra delle persone.
Non è “democrazia” una divisione delle parti che affida ai “laici” la tutela pura e semplice della libertà della scienza, e ai credenti il farsi carico delle angosce, delle paure delle persone, nei confronti di un futuro in cui scarsa è la loro consapevolezza, pressoché nulla la loro capacità di decisione.
Ben venga, allora, il richiamo forte alla ragione pubblica di Rawls che i filosofi propongono nel loro manifesto sulla bioetica
, e i principi che pongono alla base di una discussione democratica del tema.
Un mio vecchio amico, durante un dibattito televisivo sulla procreazione assistita, in cui autorevoli esponenti dei fronti avversi passavano rapidamente dagli argomenti agli anatemi e agli insulti, ebbe a dire: “Cadute le ideologie, per lo meno la buona educazione”.
Spero non si sentiranno sminuiti gli amici filosofi se assumo il loro manifesto come un galateo necessario a reintrodurre “educazione”, rispetto di se stessi e dell’altro, in un dibattito che il più delle volte non ha queste caratteristiche. Non è la soluzione del problema, ma ne è la premessa indispensabile.


pubblicato il 26 settembre 2007 | permalink | stampa | 6 commenti

LA SFIDA DEL WELFARE E IL GIOCO DELLE TORRI

Diario

 Intervento pubblicato su L'Unità del 9 settembre 2007

«Nella politica come in generale nella vita ci sono due modelli dell’agire: il modello della Torre, che procede in linea retta, come confronto e scontro su un terreno imposto a cui non si può sfuggire, e quello del Cavallo, che svolta lateralmente, come ricerca di terreni e livelli diversi. La mossa del cavallo è molto più facile nella scacchiera che sull’azione pratica. Ma si può tentare». Queste parole sono l’incipit del libro «Il Cavallo e la Torre», in cui Vittorio Foa ha raccolto le riflessioni sulla sua vita. È utile richiamarle nel momento in cui il centro sinistra pare impegnato nel più distruttivo gioco di Torri, dall’inizio della sua esperienza governativa. Il campo di gioco è l’accordo sul welfare sottoscritto fra il Governo e le parti sociali. Da parte della maggioranza delle forze governative l’accordo è considerato, per le quantità economiche che impegna, il massimo possibile in questa fase - per una parte della maggioranza, quella più “coraggiosa”, è addirittura fin troppo; dall’altra, la sinistra più radicale, l’accordo è presentato come insufficiente, se non addirittura, in alcuni punti, come un cedimento alla logica dell’avversario di classe.
«Se va bene a Confindustria, non può andar bene per i lavoratori», si è addirittura sentito dire in questi giorni, riproponendo a livello politico quel gioco a “somma zero” - se vince uno perde l’altro - che il sindacato confederale ha, nel suo insieme, da tempo superato.
L’affrontamento verticale è poi rapidamente passato dalle cose ai simboli. «Se i ministri manifestano devono uscire dal governo!»; «È la piazza che legittima la politica», o ancora «se i ministri manifestano e nessuno li caccia, me ne vado via io».
Torri dure, torri cazzute, al cui gioco pare proprio non ci si possa sottrarre. Eppure la mossa del cavallo è possibile. Basterebbe abbassare i toni, e ragionare su che cosa è davvero quell’accordo a partire dai problemi che lascia aperti, e su cui è necessaria una ripresa di discussione e di iniziativa politica. Quell’accordo è positivo e giusto perché redistribuisce risorse economiche, politiche, normative a favore dei più deboli e dei più svantaggiati, ma non risolve, e non poteva farlo, le ragioni di fondo che rendono alla lunga difficilmente sostenibile il nostro sistema pensionistico, e precarizzano e rendono insicuro gran parte del lavoro del nostro Paese.
Sul primo punto. Se è giusto e sensato proporre un graduale aumento dell’età pensionistica, è altrettanto chiaro che alla lunga nemmeno questo basterà se il tasso di occupazione dei lavoratori italiani sopra i 55 anni (31,7%) è inferiore di un terzo a quello della Germania, meno della metà di quello della Svezia. I processi di ristrutturazione, i cambiamenti del lavoro, hanno portato fuori dai luoghi della produzione migliaia di uomini e donne che nei processi di cambiamento sono stati lasciati soli. Migliaia di uomini e donne che dal mercato del lavoro si sono ritirati, e che non sono in pensione. Manca in Italia una strategia per l’invecchiamento attivo della popolazione, che ha nella formazione permanente, correlata ad una ripresa dell’iniziativa sulle condizioni di lavoro, il suo punto nodale.
I lavoratori italiani, e soprattutto gli operai, che ormai da anni fanno notizia solo quando si parla dell'età della loro uscita dal lavoro, meriterebbero che la discussione si riaprisse sulle condizioni di lavoro, sulle azioni necessarie perché possano lavorare meglio, con gran beneficio per se stessi, per le imprese, per il Paese. Sono convinto che se ciò avvenisse volentieri lavorerebbero più a lungo. Così per la precarietà. Il trasformarsi della flessibilità in precarietà e insicurezza, è strettamente collegata a che cosa la flessibilità è finalizzata. In un Paese che sceglie la strada alta della competitività, che si impegna a definire il suo ruolo nella economia globale della conoscenza, e che si impegna con gli altri Paesi a stabilire le regole del lavoro su questa scala, attraendo nell’area dei diritti chi oggi ne è privo, la flessibilità può andare insieme all’arricchimento del lavoro, all’aumento dei livelli di coscienza e di libertà del lavoratore. In un Paese che usa la flessibilità per fare a costi minori lavori ripetitivi e standardizzati, e che usa la globalizzazione per ridurre le condizioni normative e salariali dei propri lavoratori, essa genera precarietà, paura del futuro, e marginalità sociale. Anche su questo punto la formazione è decisiva: misura la volontà di innovazione delle imprese e del sistema, rende possibile un gioco non a somma zero in cui imprese e lavoratori possono apprendere insieme a gestire le incertezze di un futuro che non è più quello di una volta. Lo stesso Marco Biagi diceva e scriveva che la sostenibilità o meno della normativa sul mercato del lavoro che andava costruendo, dipendeva in gran parte dalla capacità del Paese di dotarsi di strumenti atti ad aver cura delle persone nei percorsi della vita lavorativa, a partire dalla costruzione di un sistema di formazione permanente. Anche per la parte mercato del lavoro, il problema non è quello che c'è, ma è quello che manca. E proprio da qui la discussione potrebbe ripartire. I materiali per questa mossa del Cavallo i giocatori li hanno già a disposizione.
Governo e sindacati hanno firmato a giugno due accordi per le politiche pubbliche della conoscenza e individuato gli strumenti e le azioni necessarie ad aumentare la qualità del sistema formativo e innalzare le competenze culturali e professionali delle persone; il Governo ha varato ai primi di agosto, nella indifferenza pressoché generale, un disegno di legge sulla formazione permanente che può avviare un percorso per sancire la formazione come nuovo diritto di cittadinanza e per costruire un sistema formativo atto a rispondere a questo diritto.
Basterebbe forse, per fare la mossa del Cavallo, che gli attori politici e sociali spostassero un po’ della passione e dell’impegno che mostrano quando si confrontano sull’età pensionabile e sulla legge Biagi, per discutere le tappe, i modi, i tempi, e le risorse economiche e normative necessarie a realizzare gli obiettivi contenuti in quegli accordi e in quel disegno di legge.

pubblicato il 13 settembre 2007 | permalink | stampa | 0 commenti

rubriche

chi sono

Laureato in filosofia, ho insegnato filosofia e materie letterarie nella Scuola superiore.
Ho ricoperto numerosi incarichi di direzione di importanti strutture della CGIL: in particolare sono stato Segretario della CGIL Liguria fino a luglio 1996, quando sono stato eletto Segretario generale nazionale della Federazione Formazione e Ricerca della CGIL.
Ho contribuito personalmente alla stesura del patto per il lavoro del settembre 1996 e del patto sociale del dicembre ’98.
Sono stato eletto al Senato, alle elezioni del 9-10 aprile 2006, per i Democratici di Sinistra, per la XV Legislatura.
Sono membro della 7^ Commissione Istruzione del Senato

i libri

Ho curato il libro “Il sapere e il lavoro” edito dalla Franco Angeli nella collana “Tecnologia, Organizzazione e Persone” ed ho scritto con Vittorio Foa il libro “Il tempo del Sapere. Domande e risposte sul lavoro che cambia” edito dalla Giulio Einaudi nella collana “Einaudi contemporanea”
Ultimamente ho pubblicato il libro “I luoghi del sapere” (Donzelli Editori, 2006)

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